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Arance

  • Immagine del redattore: Daniele Benussi
    Daniele Benussi
  • 14 giu 2023
  • Tempo di lettura: 7 min

di Giulio Zampini, Daniele Benussi e Riccardo Freddara



Quella notte, prima di raggiungere Giada a letto, Marco si accorse che dalla cesta della frutta mancavano le arance, e il suo volto si fece cupo. Alzò gli occhi verso l’orologio: quasi le due.

Il servizio al ristorante era stato un delirio, la città aveva cominciato a riempirsi per le feste, e quella sera il suo aiutante si era dato malato, lasciando Marco da solo a gestire duecento coperti, dei quali almeno un terzo era stato composto da marmocchi urlanti, radunati in occasione dell’usanza più disprezzata da qualunque cuoco: le consuete e inevitabili cene di Natale.

Se vi steste chiedendo che cosa porti un quasi quarantenne, di rientro da una simile serata di lavoro, a incupirsi di fronte a una cesta di frutta priva di arance, la risposta è che quella non era la prima volta che accadeva.

Era già successo due settimane prima, sempre di mercoledì e sempre di rientro dal lavoro. Marco  aveva chiuso il ristorante con la gola secca, ed era tornato a casa con la voglia matta di farsi una spremuta, ma quando entrò in casa, di arance, nella cesta, non ne aveva trovate. Si era bloccato come un coglione, con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo ebete, diviso fra due pensieri opposti: la convinzione di aver comprato un paio di arance il giorno prima, e il dubbio di essersi completamente bevuto il cervello: se le era dimenticate alla cassa? Le aveva già divorate sovrappensiero? O forse non le aveva mai neanche sollevate dallo scaffale del banco frutta? Ma sì… Sì che le aveva comprate! E a garantirglielo era stata un’immagine nitida, che all’improvviso gli si era dipinta negli occhi: quelle due sfere rugose che premevano sui bordi del sacchetto mentre tornava a casa dal supermercato. Allora si era messo a gattoni, e aveva cominciato a infilare gli occhi sotto mobili, sedie, tavoli, e persino il tappeto della sala, per cercarle. Ma dopo qualche minuto gli era toccato arrendersi: dopotutto - e questo se lo ripeté a voce alta - delle arance con le zampe non le avevano ancora inventate.

Da quel giorno, per Marco, erano iniziate intere giornate tormentate, che lo avevano portato a fare ogni spesa prestando la massima attenzione non solo alla frutta, ma a qualsiasi cosa infilasse nel carrello, e questa volta non aveva più nessun dubbio: quelle cazzo di arance le aveva comprate, le aveva portate a casa tenendole ben strette nei pugni, e con la cura con cui si mette a nanna un poppante, le aveva appoggiate lì nella cesta. E lì nella cesta dovevano essere. E non c’erano.

Fu una notte insonne. A letto Marco non ci andò, e non passò nemmeno dalla camera a dare la buonanotte a Giada. Si stese sul divano, e fissando il soffitto, fece arrivare mattina. Alle sette, quando Giada stava per uscire di casa, lui fece finta di dormire, e lei uscì senza passare a salutarlo, come se su quel divano non ci fosse nessuno.

Poi, quando fu solo, si alzò, si fece forza, e decise di sfruttare il suo giorno libero da lavoro per preparare il piano che lo avrebbe portato a scoprire la verità.Verso le otto di sera Giada rientrò.

«Ciao». Un bacio distratto, sulla guancia. Poi lei tirò dritto verso la camera da letto. Marco le andò dietro.

«Hai fatto tardi»

«Sai com’è, le macchine volanti non le hanno ancora inventate»

«Ma i telefoni sì» disse lui. Silenzio. La giacca di Giada si schiantò sul letto, poi, slacciandosi i bottoni della camicia, lei si spostò verso il bagno.

«Ah, non mangiamo subito?» chiese Marco.

«Avrò il tempo di fare una doccia?!»

«Non hai fame»

«Sì che ho fame. Piuttosto, cosa hai cucinato?»

«Ho cucinato. Com’è andata oggi?»

«Solito meeting. Aritmie, insufficienze… Soliti cuori malandati» disse lei chiudendosi la porta del bagno alle spalle. «Soliti cuori malandati…» ripeté Marco tra sé. Poi, guardandosi le pantofole, pensò a una nuova cosa da dire. Il rumore del getto lo obbligò ad alzare la voce.

«Ah… Mi son dimenticato di comprarti il balsamo» «Mi arrangio»

«Ti aranci?» 

«Eh?! Ho detto che mi ARRANGIO»

Marco tornò in cucina compiaciuto. Giada spinse all’ingiù il rubinetto. L’acqua cessò.

Quando Giada apparve in cucina, trovò Marco con un coltello in mano, che incideva a rombi la pelle di un petto d’anatra. Lì accanto, sul tagliere, imperavano, scintillanti e maestose, due arance.

«Non ti asciughi i capelli?»

«Le finestre sono chiuse»

«Ma l’influenza è dietro l’angolo.» disse Marco. Poi prese un’arancia dal tagliere e la porse a Giada. «Tieni. Previene l’influenza»

«Mi prendi in giro? Anzi, mi spieghi che cosa ci fai con quelle?!»

«Stasera si va in Francia cara mia… Canard à l'orange!»

«Eh?!»

«Petto d’anatra all’arancia»

«Stai scherzando?!»

«Ultimamente le stai apprezzando, no?»

«Ma che stai dicendo?! Mai odiate così tanto. Senti che puzza»

Marco aveva cominciato a rosolare il petto d’anatra a fiamma viva, e l’odore intenso della marinatura all’arancia aveva di colpo riempito l’aria.

«Quindi non sei tu quella che mangia le arance, giusto?»

«Senti sono stanca, mi son fatta quattro ore di meeting e altre due di traffico… Mi vuoi dire che cazzo è questa storia delle arance?!»

«Sei tu che me lo devi dire. A chi cazzo fai mangiare le mie arance?!» Quella domanda cadde su Giada come un macigno, che la zittì e le fece sgranare gli occhi di fronte a quell’uomo, un uomo che non era più quello che lei conosceva. Al primo appuntamento, nove anni prima, Marco l’aveva colpita per il modo attento con cui la sapeva ascoltare. Dopo due ore, la conversazione aveva raggiunto vette inimmaginabili, e nessuno avrebbe saputo dire come, dal cantante preferito di entrambi,  fossero passati a parlare delle praterie del Montana. Poi l’aveva accompagnata, in metropolitana e a piedi fino al portone di casa, e lì, con gli occhi sospesi in aria, le aveva avvicinato le labbra a un orecchio:

«Siamo stati bene, eh?»

«Siamo stati.» Gli aveva risposto lei, con la voce rotta in due. E Marco lo aveva capito da sé, che essere stati qualcuno, per qualche ora, significava essere stati bene.

Da quella sera a questa erano trascorsi tremiladuecentottantacinque giorni, che si erano accavallati, sovrapposti e annodati in modo che quell’uomo misurato e gentile, quel Marco, fosse diventato questo.

«Le tue arance? Tu non stai bene, Marco»  

«Me la aspettavo questa risposta. Ora dimmi chi cazzo se le mangia»

A Giada scapparono un sorriso sarcastico, un paio di lacrime isteriche, ma non un’altra parola. Si alzò per andare in bagno, e decise che avrebbe risposto con l’indifferenza a quella che le sembrava, a tutti gli effetti, la provocazione di uno squilibrato. Chiuse la porta del bagno dietro di sé, e accese l’asciugacapelli. Non poté sentire i passi veementi con cui Marco la raggiunse.

«Ah, adesso te li asciughi i capelli» le urlò lui dal corridoio.

«Per non stare a sentire le tue stronzate»

«Dimmi. Da quanto va avanti?»

L'asciugacapelli si spense, e Giada aprì la porta. Il suo sguardo era cambiato: si era fatto spigoloso, e un sorriso malizioso si era fatto improvvisamente spazio sulla sua bocca.

«Da un po’ - gli disse - va avanti da un po’»

«Da un po’. Bene. E chi sarebbe lo stronzo?»

«Lo so io chi è lo stronzo». Nel pronunciare quella frase, Giada gli voltò le spalle, raggiunse la camera da letto e tirò fuori dal suo armadio un trolley, che cominciò a riempire coi primi vestiti che gli capitarono sotto mano.

«Ma dove cazzo vai adesso?»

«A respirare»

«A respirare da lui?!»

«Bravo. A respirare l’odore di un uomo»

Marco si mise fra Giada e l’armadio.

«Tu non vai da nessuna parte se non mi dici chi cazzo è che mangia quelle arance»

«Non credo ti interessi saperlo»

«Invece sì. Ne ho…»

«Bisogno?»

«Diritto!»

«Potresti chiederti come mi sbatte al muro, se sa della verruca sul mio clitoride, dei miei capezzoli concavi, e invece sei fermo su di te, sulle tue conquiste infrante, la tua reputazione, persino le tue cazzo di arance!»

«E vuoi dirmi che cambierebbe qualcosa?»

«Cambierebbe tutto, Marco, tutto! E invece guardati… Sei un pazzo nevrotico che vede solo se stesso»

La zip del trolley di Giada tuonò. La voce di Marco divenne un lamento.

«E allora, dimmi se provi ancora qualcosa per me»

«Eccolo, il tuo tarlo. Sapere se io provo ancora qualcosa per te»

«Un tarlo? E’ l’unica cosa che conta»

«Sei debole, Marco»

«E tu sei una zoccola, Giada»

Giada si sbatté la porta alle spalle, e non tornò più indietro.


Dal mattino seguente, a Marco toccò riprendere a vivere, tentando di equilibrare il peso dei suoi tormenti coi ritmi forsennati a cui il lavoro lo costringeva. E questo non era necessariamente un male: l’aumento costante dei coperti gli permetteva di sovrastare il rumore della solitudine con quello dello sfrigolio delle padelle. Capitava, certo, che la sua testa inciampasse nel ricordo della voce di Giada, quel Sei debole, Marco, così tranciante, definitivo. E se avesse ragione lei?... Ma a rimetterlo in carreggiata, ispessite dal passare dei giorni, rimanevano due verità: il suo orgoglio, e le arance, che dall’addio di Giada erano tornate a non mancare dalla cesta. Bastava questo per andare avanti, e tenere lontana la tentazione di scorrere la rubrica e schiacciare il pallino verde sotto al nome “Giada”, a cui una sera aveva aggiunto il cognome, per certificarne la lontananza.

Lei non cercava lui, e lui non cercava lei. E sarebbe questa la fine, se non fosse per quell’ossessione che continuava a macerare nella testa di Marco: l’uomo immaginario a cui non sapeva ancora dare né nome né volto, e che gli aveva portato via prima le arance e poi la donna. Quell’ossessione che infatti lo portò, il primo giovedì disponibile, ad appostarsi fuori dall’ospedale in cui lavorava Giada, e a seguirla dopo il lavoro per capire da chi si fosse trasferita. 

Il pedinamento, però, non portò l’esito sperato, perché terminò nel parcheggio di casa della madre di Giada. E lì lui la vide entrare, ma non la vide più uscire.


Passarono altri giorni insulsi.

Il mercoledì successivo, atterrato da una bronchite, Marco si liberò del turno serale al ristorante, e arrivò a casa molto prima del solito, così presto che trovò la donna di servizio, ancora alle prese con i vetri della sala. Si salutarono con calore, come chi non si vede da tempo. Poi lei continuò a pulire i vetri, e lui andò a stendersi a letto. Si rividero un’oretta più tardi, in cucina, quando lei trovò Marco fermo con le mani nei capelli di fronte alla cesta di frutta. Dopo qualche istante di perplessità capì. Gli si avvicinò, e con voce sommessa lo ammise, che ogni tanto, quando si sentiva particolarmente stanca, aveva il vizio di prendere un paio di arance dalla cesta. 

 
 
 

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