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Freddo che emigra

  • Immagine del redattore: Daniele Benussi
    Daniele Benussi
  • 26 nov 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 9 gen 2024



La porta che sbatte, il silenzio che la invade, gli odori delle cene dei vicini in fase di preparazione, la lavatrice del giorno prima ancora da stendere, tutto un fiume di pensieri che le attraversa le tempie, Marco che non si fa più sentire da quarantasette giorni, le buste della spesa piene, la vita che insiste. Sul tavolo della cucina il diario di suo padre. Anche stasera tocca leggere una pagina, che se no si fa fatica a tirare avanti.


"Un altro novembre picchia sui tamburi.

Raramente ci si capisce qualcosa. Voglio dirti che il dolore non passa, il dolore resta dentro. Non c'è un solo modo di vivere. Ce ne sono infiniti, e noi siamo gocce che non possono scegliersi il proprio mare. Il mare. É lui che ci sceglie. É lui, col suo canto perpetuo che non si capirà mai da quale gola provenga. E noi si diventa onde, schiuma, condensa, salsedine. Tutto quanto in una sola vita, in un solo giorno.

Chi chiude il passato dentro una valigia finisce per viaggiare nudo e pesante, e io ogni notte ancora mi addormento con in testa gli occhi umidi di quel mio compagno di liceo colpevole solo di aver mostrato le sue debolezze. Lo chiamano bullismo, in realtà è solo paura di se stessi.


Ho camminato una vita con i pugni pieni di fiori. Ad ogni passo ne ho perso uno per strada. Chissà chi li ha calpestati. Se non conservassi dentro di me il mio mistero potrei morire. Di freddo. Di chiacchiere frivole. Di umanità molesta.


Mi pare, fra le infinite cose che non capisco, di aver capito che la fatica è l'unica vera maestra da cui possiamo attingere, e che il lusso immiserisce le nostre vite. Il mondo è malato di comodità. Vogliamo tutto vicino, vogliamo che ogni cosa stia accanto all'altra e che le nostre mani abbiano tutto alla loro portata. Mani lisce, profumate, sempre morbide. Ma i calli? Chi sa ancora vestire dei calli sulle proprie mani?

Com'è possibile che solo i disperati portino nella voce un'eco di verità?

Com'è che tutto ciò che ci rende vivi non si può spiegare?

Davvero pensiamo di essere solo persone?

Rovistare nel male di vivere rende tutti più forti, eppure tutti cerchiamo cuscini morbidi su cui spegnere i tormenti. Sonniferi quotidiani, vite implose su se stesse, schiave del ticchettìo di un tempo che tanto si sa, passerà comunque. Non c'è molto altro che io possa dirti. La vita è bello scoprirla; è bello scoprire che non è cosi breve come tutti dicono, no. La vita è lunga, lunghissima. Non sai quante volte ho trascorso dei periodi a maledirla perché non mi dava ciò che pensavo di meritare. La bestemmiavo come se non avesse più nulla da darmi, come se tutto dovesse rimanere fermo, così com'era in quei periodi neri. Poi però, nelle notti di lucidità mi fermavo a riflettere, e puntualmente mi rendevo conto che quei periodacci, in confronto a un'intera vita, alla mia vita,non erano che granelli di sabbia, polvere da spostare verso gli angoli della stanza per lasciare libero il centro, e su quel centro tornare a ballare con la forza dei vivi, quelli a cui piace agire più che reagire.


Ai tempi dell'università ho giocato anche io a fare il soldato del bene. Vivere pareva facile: bastava mettersi contro qualcuno che la pensava diversa. Pensa un po' come giocavo. Ricordo all'ingresso pile di volantini carichi di promesse, sistemi da cambiare. Ricordo voci squillanti e volti freschi di giovani convinti che presto o tardi avrebbero messo le mani sui fianchi del futuro piegato a novanta di fronte ai loro cazzi vigorosi per inseminarlo coi loro sogni. La verità è che la vita, per me e per loro, doveva ancora cominciare. La tenerezza non è questione di classe, e l'unico reale campo di battaglia è quello che sta dentro di noi. Possa tu riconoscere gli schieramenti che albergano in te e lasciare che si battano senza che questo ti impedisca di guardare in su. Devi saperlo: c'è una grandezza che sta molto più in alto del nostro continuo zoppicare. Lassù, sopra quella coltre nera, c'è un sole che non sempre riuscirai a vedere, ma che saprà sempre come spedirti la sua luce. Riconoscila.

Possa tu essere più forte degli stronzi che ti scorticheranno l'anima. Possa tu frugarti nelle tasche e trovare sempre il seme del sorriso da piantare negli occhi di chi ti guarda male, di chi non ti guarda proprio. Guarda oltre, piccola guerriera, guarda oltre. Respira forte e staccati dal branco. Alle tue ali, per aprirsi, serve spazio. Ridi. Papà."


Quattro lacrime a bagnare il tavolo, uno sguardo in su, il cuore pieno di roba che pulsa, il freddo che piano piano se ne va dal suo corpo, le buste della spesa ancora piene, Marco che può continuare a non farsi sentire. La vita che insiste e che insisterà, sempre.



 
 
 

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