Sporchi debiti
- Daniele Benussi
- 25 lug 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 11 gen 2024

Così ebbe la sua epifania e, in pochi istanti, decise che avrebbe detto tutto, senza scuse né inganni. Solo la verità. A dire il vero fu una lampata di lucidità che lo aveva colto già qualche attimo prima di toccare il fondo, quando avrebbe ancora potuto fermarsi. E invece no, capì che quello che voleva non era uscirne pulito, non voleva conservarsi. La pulizia di chi non si è mai sporcato aveva iniziato a stargli stretta da un pezzo, e la metà scura della luna lo aveva richiamato a sé troppe volte: non sarebbe stato possibile lasciarla inesplorata. Non più. Aveva un lacerante bisogno di andare fino in fondo al tunnel e inzuppare le proprie membra nelle putride pozze del peccato.
Ormai era chiaro: fra ciò che era e l'uomo che sarebbe voluto diventare imperava tutta una selva di fantasmi coi quali prima o dopo tocca fare i conti. Avere avuto un padre miserabile porta con sé un sacco di debiti vestiti da tormenti che prima o poi devi restituire a suon di lacrime al dio della felicità, in cambio di una redenzione che ti spetta e che non ti lascerai scappare.
Il padre che ti è capitato ha passato un’intera esistenza a scappare come un cane, con gli occhi sporchi di polvere e la testa sempre troppo più in basso del cuore. E tu lo stimavi anche, prima che iniziasse a prendere a calci la tranquillità di una famiglia intera. Accade così che in una notte qualunque, impregnata di vino e vomito, ne prendi atto e non vuoi più chiamarti fuori. Sopra le tue cosce, anche se sfocate, vedi accavallarsi le gambe di un’amica che non sai di avere. E allora c’è da toccare lo stesso fondo toccato dal tuo amato e odiato vecchio. Bisogna farlo, scendere nel suo stesso inferno, ricalpestarne le sporche impronte per un pezzo, e poi al bivio prendere la strada che lui non ha mai preso. Inabissarsi per poi dimostrare al mondo di non essere un abitante degli abissi ma solo un visitatore capitato lì per caso. Di questo c'è bisogno. Piuttosto che come mio padre, preferirei morire: quante volte se l’era ripetuto, e quante volte aveva ceduto fette di felicità alla paura di diventare un miserabile come lui. Soltanto specchiandosi nello stesso fondale dei falliti si sarebbe reso conto di non appartenergli. Un’ossessione mai vinta. Un richiamo incessante a peccare non per vizio, ma per il gusto di implorare poi il perdono a un dio che suo padre non aveva mai interpellato. Era diventata questa la sfida, o meglio, lo era sempre stata, solo che non se n’era mai accorto sul serio.
E così, varcò la soglia dell’inferno.
Due ore più tardi si trovò a scendere le scale di un appartamento in cui non era mai stato se non quella notte. Cercò l'interruttore per aprire il cancello. Ci mise qualche istante a trovarlo. Un cane che non lo aveva mai visto gli abbaiò come si abbaia a un disperato. Rispetto a due ore prima era cambiato qualcosa: aveva una strana adrenalina in corpo, le mutande appiccicose e una macchia rossa sul collo che odorava di quella donna che aveva già smesso di essergli amica. Un inspiegabile accenno di sorriso gli allargava il volto.
Tirò fuori il telefono e alzando gli occhi alle stelle se lo avvicinò all’orecchio. «Amore sto tornando a casa. Rimani sveglia, ti devo parlare».
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