Quando calò il primo buio non accesi nessuna luce. A illuminarci i volti rimase il piccolo lume della sua sigaretta. Poi anche quella si spense, schiacciata sotto la pressione dei suoi polpastrelli. Restò la penombra. Gli occhi mi rimbalzarono un istante sulle sue unghie coperte di uno smalto color ciliegia, poi lei lasciò il mozzicone nel posacenere, e ritrasse la mano sotto l'orizzonte del tavolo. La musica sgorgava lieve dalla cassa sul davanzale del terrazzo, accarezzava le cose e faceva venire voglia di silenzio. Runaway, The National.
Io non sarò un fuggitivo
Perché non correrò
No, non sarò un fuggitivo
Ma era bello anche ascoltare la sua voce, scesa di un tono rispetto al normale, infilare lo sguardo nelle sue pupille avvolte da uno strato di mistero. Forse parlava del lavoro, forse di quanto le mancava l'abbraccio di suo padre, non ricordo più. Le sue parole scappavano via prima che io riuscissi ad afferrarle. Avrebbe potuto dirmi tutto ciò che voleva: io ero come una culla, per la sua voce e per tutto ciò che quella sera d’estate si portava dentro. Sentivo di poter conversare senza dover correre dietro alle parole, senza dover cercare le risposte. E lei parlava, e io la ascoltavo, e il buio scendeva denso sulla tavola ancora apparecchiata, sui tozzi di pane avanzati, sui bicchieri a metà, e un aereo ci volava sulla testa, lontano. Lo seguii qualche istante con gli occhi, pensai da quale angolo di mondo potesse venire, a quali oceani avesse sorvolato, e poi lo vidi sparire via, dietro il soffitto.
Abbassai di nuovo lo sguardo. Il mio telefono si illuminò e si spense appena prima che io potessi leggere la notifica apparsa sullo schermo. La leggerò più tardi, pensai. Non mossi un dito. E il telegiornale? No, stasera no.
Lei smise di parlare, mi si avvicinò, mi lasciò un bacio sulla guancia, poi cominciò a sparecchiare. Sentii il richiamo dello spirito collaborativo che servirebbe per mandare avanti la casa insieme, ma non lo ascoltai, non mi alzai, non la aiutai. Vidi la tavola svuotarsi davanti a me.
«Finisci il vino, che lavo il bicchiere.»
«No, grazie.»
E anche il mio bicchiere sparì. Rimasero i tozzi di pane. Ne presi uno prima che lei lo portasse via avvolto nella tovaglia. Lo sbriciolai sulla superficie nuda del tavolo, e sperai che un passerotto venisse a farne la sua cena. Ma le briciole che feci erano troppo piccole, e la prima folata di vento se le portò via.
Quando finì di lavare i piatti, mi portò una tazzina di caffè, la appoggiò sul tavolo e si fermò un attimo. Vide che non la bevevo. Si abbassò e mi avvicinò le labbra all'orecchio.
«C’è qualcosa che non va?»
«Sento che se mi mettessi a scrivere, potrei scrivere qualcosa di buono.»
«E scrivi allora.»
«E il film?»
«Lo guarderemo un’altra sera, non scappa mica.»
«Sicura?»
«Sì, io vado a letto. È tutto il giorno che corro»
«Va bene, buonanotte.»
Prima di andare a letto mi portò il computer e lo appoggiò sul tavolo.
«Però scrivi eh, domani voglio leggere!»
«Sì, scrivo.»
Non scrissi. Non feci nulla che non fosse respirare la notte. Le ortensie di mia madre spaccavano l’oscurità come piccoli fuochi d'artificio. Poi la batteria della cassa si scaricò. La musica, svanita anche lei. E adesso? Sentivo ogni cosa pungermi, soffiarmi dentro un po’ di malinconia, e poi, prima che io potessi afferrarla, correre via lontana.
Mi svegliai due ore dopo, con la testa appoggiata su una spalla e il lato destro del collo che implorava pietà. Il computer era chiuso sul tavolo, il caffè si era fatto freddo, l'ispirazione era scappata via. Per correrle dietro, ormai, era troppo tardi.
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