L'altra memoria
- Daniele Benussi
- 25 lug 2021
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 11 gen 2024
Mi capita spesso di pensare a mio nonno. Non ho una buona memoria, però lui me lo ricordo. Forse perché la memoria con cui si ricordano queste cose non è nella testa. Ci dev'essere un'altra memoria a spasso dentro di me, e io, quella lì, ce l'ho buona.
Altrimenti come me lo spiego? Avevo solo dodici anni quando è morto, e poi ci sono troppe altre faccende ben più recenti che ho totalmente rimosso per poter dire che sia la mia testa quella in grado di ricordarmelo. Però me lo ricordo, mio nonno. Dio se me lo ricordo.
Capita fra le note della canzone giusta, nello spazio che divide due labbra che sorridono calore, nel fumo che emigra da un pasto povero. Nei passi lenti, nelle schiene che si curvano al sole, nei buchi delle calze vecchie. Sopra la pelle indurita dalle giornate di fatica. Nel mio diventare uomo senza che io me ne renda conto. Nel silenzio. Il silenzio... Forse un giorno capirò quale male ha fatto agli uomini per vedersi tanto perseguitato. O forse no, non lo capirò mai. Tormentato silenzio. Malmenato, imbrattato, dilaniato silenzio.
Un'altra notte estiva mette a nudo le stelle. Distanze immense si palesano. Le carezze del vento rilassano le chiome degli alberi. Le mie orecchie ascoltano, la mia voce non esiste. Nessuna parola potrebbe mai uscirmi dalla bocca. Mi pare che si vivrebbe tanto meglio, senza voce. Forse la verità comincerebbe davvero a penetrare nelle vite umane. Sì, ma poi? Che mondo sarebbe, il mio, senza le voci giuste, senza la voce di Bruce Springsteen? No, Le cose non possono risolversi nel loro annullarsi. Anche le voci servono. Magari però, penso, non serve la mia. E quella di tanti altri. Forse per ogni voce servirebbero miliardi di orecchie, un'infinità di occhi. In fin dei conti il messaggio di tutti gli uomini è uno solo, da troppo tempo l'ho capito. E allora perché urlarlo in così tanti quando poche voci, quelle giuste, potrebbero sussurrarlo con la semplice forza dell'amore?
Nella mia stanza tutto tace. Ogni oggetto è fermo e la sua posizione è il risultato di mie azioni quotidiane di cui solo ora prendo atto. Quella foto, quel mucchio di scarpe, quel portapenne, lì dove sono, ce li hanno messi queste mani. Non so se rendo l'idea.
Mi chiedo dove siano le persone che amo, che cosa stiano facendo, quale scopo le stia muovendo.
E poi che senso hanno le cose che si fanno, se non il fatto che una volta fatte ci si può fermare a rifletterci sopra e scoprirle così immensamente inutili da essere perfette?
Sotto casa un grosso cane con lo sguardo basso arranca la sua passeggiata notturna sul ciglio della strada deserta. Non ha una zampa. Per cacare si contorce su se stesso coi nervi che gli tremano sotto il pelo rado. Il padrone lo accarezza piano, poi rovista in una tasca, si china verso la merda e la raccoglie. Sento la voce di mio nonno avvolgermi il cuore.
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