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L'attrito di un morente

  • Immagine del redattore: Daniele Benussi
    Daniele Benussi
  • 20 gen 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 11 gen 2024



La notte è una bestia in letargo, e il suo respiro deposita goccioline gelide sui vetri delle macchine parcheggiate ai bordi della via.

Il cancello sbatte e trema per qualche secondo, poi si ferma. Tutto è in silenzio.

Il mondo pare immobile. Rico ha un ultimo sussulto di speranza e alza gli occhi verso il suo balcone: tre rose flaccide appese a un chiodo, a testa in giù, e la persiana chiusa. Non può essere vero. No che non può. Poi sposta lo sguardo verso il cielo sterminato di stelle bianche, roba da starci male, e alla fine giù, verso le merde dei cani. Qualche mozzicone. Ma sì, sì che può essere vero. Tutto può essere vero a questo mondo infame vigliacco stupendo. E allora a ognuno la sua vita, brutta stronza. Mi avessi capito una volta in sedici anni. Mai.

 

I parcheggi pieni, il buio imbalsamato, una notte muta. È finita. Rico si allontana.

 

Fa i passi che servono per girare l'angolo e perdere di vista il portone di casa sua. Sente una voce.

- Picchia duro stasera eh, sto freddo di merda.

Rico non si volta. Fa finta di non sentire. Sta ancora pensando troppo per poter ascoltare qualcuno.

- Oh dico a te, fratello. Lo senti il freddo o no!? A me fra poco sparisce l'uccello!

Una risata piena di catarro segue quelle parole. Ma Rico nulla, nessuna risposta.

- Oh dico a te, mi senti brutto stronzo!? Oppure sono già morto!?

La voce si è improvvisamente fatta tragica. Rico fissa e calpesta l'asfalto del marciapiede, che ora gli scivola sotto i piedi più velocemente rispetto a prima. Vuole allontanarsi da lì, prendersi finalmente qualche ora per riavvolgere il nastro. Sono anni che non lo fa, la vita gli è parsa scivolare via dietro a una slitta di cani. Ma dov’è andata, la vita?

È finita così, a calpestare asfalto alle tre di una notte di gennaio. A buttar fuori respiri nell'aria ghiacciata, vapore bianco come fantasmi che se ne vanno in cielo. E adesso un pezzente che gli si aggrappa addosso.

L'idea di guardare negli occhi quel barbone lo spaventa. Ma quello non molla.

- O sono già una carcassa e la mia voce sta gridando ai vermi sotto terra, oppure tu sei un gran figlio di puttana!

L'uomo insiste.

Ma che cazzo vuole da lui? Va bene, la moglie lo ha scaricato, un posto per dormire non ce l'ha, ma cosa mai può avere da dire un barbone coperto di polvere a uno come lui? Esisterà ancora una gerarchia a sto mondo, no? Pensa Rico.

Eppure forse è così che funziona. Non importa chi tu sia, come sei vestito, quale realtà ti stai lasciando alle spalle. Alle tre del mattino vaghi per strada con lo sguardo basso e con l'aria di chi non sta andando da nessuna parte: già questo è abbastanza per far parte del popolo della notte. E il popolo della notte ci mette un attimo a farti suo. Con le buone o con le cattive.

La testa viaggia ancora per qualche secondo mentre Rico allunga il passo.

E poi sente la botta, insieme al fracasso di vetri che gli piove addosso. Per un attimo smette di vivere. Poi ricomincia. Sente il suo sangue colargli caldo sulle tempie, sul collo, e poi grondare verso terra tutto mischiato al vino di cui la bottiglia che gli si è frantumata in testa era ancora piena.

Un puzzo di ferro e roba acida gli arriva al naso. Si volta. L'uomo ancora a terra ride con la bocca rivolta in alto e le mani sulla pancia nuda. Pare ululare.

Rico si gonfia di rabbia mentre sgocciola quell'intruglio violaceo giù sul marciapiede.

Si avvicina al barbone che non smette di ridere, e comincia a prenderlo a pugni. Le sue nocche vergini si scontrano a ripetizione con la pelle ispida del volto di quell'uomo che ride ride ride e pare gioire al suono delle sue ossa che si spappolano. È come se attraverso quei colpi ricevesse finalmente l'approvazione della materialità del proprio corpo, di non essere trasparente. E allora dagliene Rico, dagliene forti. Faglielo capire che non c'è proprio un cazzo di niente da ridere, che con uno come te non si scherza. Senti fluire il tuo essere bestia, senti le vene che pulsano fiotti di sangue carico di vendetta verso i pugni chiusi. Senti l'odio, l'amore, l'odio, verso questo povero diavolo che non vuole altro che l'attrito necessario a sentirsi vivo per l'ultima volta. Chissà da quanto tempo ormai sfugge agli uomini che gli passano accanto come se fosse un cassonetto oppure un portaombrelli. Ora sei tu che lo salvi dal mare di indifferenza in cui ha nuotato per così tanto. Portalo a riva Rico, portalo in salvo.

E Rico pesta, pesta duro. Le ginocchia e la schiena appena piegate verso il basso, i piedi fermi a terra a fare da perno e il busto che si torce per aumentare il raggio d'azione dei due pugni che si alternano: quando il destro è su a caricare, il sinistro impatta sulle gote ormai dilaniate dell'uomo, e viceversa.

Ora vino e sangue ricoprono entrambi. Gli schizzi rossi piovono in giro, le risate del barbone si fanno più tenui, ma sempre avvelenate. Perché ride? Lo sa solo lui. Chissà cosa si porta dentro.

Tu dagliene Rico. Ancora. Due tre quattro minuti interi di colpi ben assestati. Quel cranio non ha più una forma. Quell'uomo non ride più. Quell'uomo è morto.

Cos'hai fatto Rico?


Ora rallenta, si ferma, è esausto.

Rico sviene, e come una coperta calda si posa addosso al corpo del barbone.

Due ore più tardi riapre gli occhi, qualcuno lo sta ammanettando. Sotto la sua pancia è ancora tiepido il corpo dell'uomo.

Forse, nella poltiglia rossa che li avvolge, c'è anche qualche lacrima.

 
 
 

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