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Sogni e gas di scarico

  • Immagine del redattore: Daniele Benussi
    Daniele Benussi
  • 21 set 2023
  • Tempo di lettura: 5 min

Un pezzo estratto dal mio libro, "I piedi per terra"




La piazza di Calcutta da cui parte il pullman che mi porterà a Bodhgaya è un immane formicaio di suoni e veicoli nel quale provo a orientarmi col mio fedele zaino sulle spalle. Impossibile capirci qualcosa, ma lo avevo previsto, per cui mi son preso due ore di anticipo sull’orario di partenza. Ne esco vincitore grazie alle indicazioni di due poliziotti, un fruttivendolo, e un gioielliere che parla al posto mio nella telefonata con l’assistente della compagnia.

Alla fine scopro che l’autobus si nasconde già da un bel po’ appena dietro la piazza, in un parcheggio buio e nascosto al traffico: è un pachiderma ammaccato, con almeno una trentina d’anni di strada e vita alle spalle. Mi avvicino. Accanto al bus un gruppetto di ragazzi mi converte il biglietto da digitale in cartaceo e mi assegna il posto. Gli chiedo come mai stiano svolgendo in cinque un compito che potrebbe tranquillamente svolgere uno solo di loro. ‹‹Di lavoro ce n’è poco – mi dicono - quando se ne può fare qualcuno insieme agli altri lo si fa, così tutti guadagniamo qualcosa e nessuno rimane a secco››. In effetti, pensandoci, è così dappertutto: addirittura in alcuni ristoranti mi è capitato di vedere più camerieri che tavoli.

Nell’ora che mi rimane prima della partenza faccio rifornimento d’acqua in un baracchino, poi mi sistemo al mio posto. L’autobus al suo interno ha due file di posti sulla destra e una fila di cuccette-letto sulla sinistra. Io ho preso un posto fra i sedili, mi hanno consigliato di fare così, anche se le cuccette, ora che le ho davanti, non sono male.

Vedo salire gente coperta di bagagli che vengono sistemati ovunque, persino sul tetto, legati con delle corde. E finché si tratta di valigie, tutto mi pare nella norma. Ma a un certo punto, con la coda dell’occhio sinistro, vedo lievitare accanto al mio finestrino un aggeggio che mi sembra un po’ più grande del resto dei bagagli. Qualcuno dal tetto caccia urla di fatica, mentre l’aggeggio sale lentamente, impiccato a una corda spessa come una proboscide. Guardo meglio: l’aggeggio è una moto.

Con un’ora di ritardo, già stanco e pesante, l’autobus tira un rutto e comincia la sua traversata. Sopra la città cala una tenda scura, sotto di noi vedo scorrere la sua gente che mi pare di un dinamismo invincibile, un brulicare ostinato, con le luci arancioni che cominciano a riempire l’aria calda della sera e la mia anima che sobbalza come ogni volta che lascio un posto per andarmene da qualche altra parte. Gli odori, vivi anche qui dentro come fuori, che si mescolano ai pensieri. E poi l’Howrah Bridge che si avvicina, immenso e spettrale come i ponti che si vedono nelle foto, quelli tanto lunghi che si vede l’inizio e non si vede la fine, avvolta nella nebbia sdraiata sul fiume che gli scorre sotto, e tutta Calcutta che diventa una macchia informe di luci e penombra, spogliata di ogni sua veemente fatica, quasi spensierata.

Poi la notte, le stelle, le strade che si allargano e si svuotano, l’autobus che sbuffa e impreca col suo clacson che prende a schiaffi il silenzio ad ogni macchina che non si fa da parte per farsi sorpassare. Il mio vicino, un vecchio indiano, a sinistra, che borbotta e scalpita nel sonno. Dall’altra parte, a venti centimetri dal mio occhio destro, la scaletta che porta alle cuccette; ed è tutto un saliscendi di piedi sporchi e nudi con le unghie sporgenti che mi vedo passare accanto in continuazione. L’aria entra dai finestrini aperti per sopperire all’assenza di aria condizionata, sento la gola sbruciacchiare. Saranno dodici ore di questo viaggiare.


A metà viaggio abbiamo già fatto un paio di brevi soste e accumulato due ore di ritardo, ma la sosta vera, quella della cena, arriva adesso, ai bordi della superstrada che collega Calcutta a Gaya.

Scendo dall’autobus come un fantasma, con un foulard blu legato al collo e gli occhi accartocciati. Davanti all’autobus c’è quello che in Italia chiamiamo autogrill: una piccola bancarella che vende samosa, dei fagottini di pasta ripieni di patate e cipolle, fritti in ghee o olio di qualche seme. Intorno, un inferno fatto di cartacce e rifiuti sparsi dappertutto, puzza di merda, gente che urina al vento, incurante di chi mangia proprio lì a pochi passi. Lotto con lo stomaco che mi si chiude e la fame che se ne va: mi avvicino alla bancarella e con venti rupie compro due samosa. Li mangio, non per appetito ma per necessità, per abitudine, perché qualcuno mi ha fatto la bocca. Prima di deglutire mastico pesante, i bocconi speziati non vorrebbero scendere, ma in qualche modo li caccio giù e mi dico che ci penserà il buon vecchio stomaco.

Torno sul pullman e mi appoggio le cuffie in testa. Ho l’alito che sa di gas di scarico. Vorrei lavarmi i denti. Ho bisogno di musica, di volare via coi pensieri, magari dormire.

Quando riapro gli occhi una luce timida ha già iniziato a colorare le campagne del Bihar, tagliate in due parti dalla strada che corre via dritta come una lama. Mentre dormivo ci siamo lasciati alle spalle il Jharkhand, la lingua di terra che divide il Bengala dal Bihar. Ora sul pullman c’è quasi silenzio. In fondo ai campi il sole si solleva lento e rosso e l’alba si infila nelle baracche che costeggiano la strada a risvegliare povere famiglie che teneramente si rimettono in moto. Alcune di loro non hanno nulla se non la baracca in cui dormono e un carretto arrugginito lì davanti, su cui appendono qualche banana e pacchetti di patatine o dolciumi industriali da vendere a chi si ferma. Per loro la strada, col suo continuo viavai, rappresenta l’unica fonte di speranza di guadagnare qualche rupia. Mi chiedo quali stimoli possano avere queste persone per vivere, per pregare un dio, per fare e crescere dei figli, e quale forza le spinga a lasciare trascorrere le giornate una dopo l’altra. E poi altre famiglie. Famiglie contadine, uomini coi volti spigolosi e le spalle quadrate, che badano alle mucche e ai bufali oppure si trascinano dietro dei carretti pieni di frutta, e i sari delle donne che come chiazze fiammanti accendono i colori ancora tenui dell’alba nei campi. E i bambini che corrono scalzi sulla terra umida, alcuni giocano, altri aiutano i genitori nei lavori, impregnati anche loro dello spirito di collaborazione che serve per rendere vivibile questa vita. E piano piano capisco che chi si sta interrogando sulla sopportabilità di questa esistenza non sia qualcuno di oggettivo ma io, con la mia storia e il mio sguardo, figlio di una società che non è questa, con un ritmo che non è questo e con necessità e desideri che non sono quelli di questa gente. Forse siamo davvero figli della terra in cui nasciamo. Forse mettersi nei panni degli altri non è così facile come si possa credere, forse non è possibile farlo dal sedile di un pullman che corre via verso chissà dove. Ma anche questi, in fondo, sono solo pensieri.

 
 
 

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