Tasti
- Daniele Benussi
- 5 dic 2023
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 9 gen 2024

A quei tempi non era ancora il mio amico.
Non gli avevo sorriso la prima volta che ci eravamo visti, non gli avevo detto nessun ciao per primo. Non gli avevo offerto nessuna birra. Non conoscevo il suo amore per Bruce Springsteen, né il suo fascino per i grattacieli, promessa di riscatto dalla provincia vuota in cui è cresciuto. Non gli avevo mai detto parlami di te. Non sapevo di suo padre, lui non sapeva del mio.
Gli avevo solo sentito dire, rivolto a qualche nostro compagno di corso, che non aveva mai fatto sport in vita sua e che fumava da quando aveva tredici anni. Pensa quanto si può essere diversi, mi ero detto io, che da sempre mastico sport finché ho il sangue nei denti e che quando, per sentirmi grande, ho fatto il primo tiro di sigaretta, di anni ne avevo quasi ventiquattro.
Sí, le sigarette. Il primo vero ricordo che ho di un’interazione con quello che oggi è il mio amico, è proprio una nuvola di fumo che si allarga nel cortile dell'università. In mezzo compare la sua faccia. Le code degli occhi un po' imbarcate verso il basso, gli zigomi scavati come legno, i capelli mossi, corti e ossigenati. Per la prima volta si incrociano i nostri sguardi. Mi dice che ha letto un mio racconto, che gli è piaciuto. Io lo ringrazio ma poi sfuggo, non riesco a dirgli altro.
Che ciò che scrivevo potesse riguardare anche qualcun altro al di fuori di me stesso, era qualcosa che non avevo mai davvero considerato possibile.
Quel giorno allora, sul treno che mi riportava a casa, feci una cosa insolita: andai a rileggere, sulla pagina in cui le pubblico, le cose che avevo scritto nei tre anni precedenti. Non sapevo quale racconto lui avesse letto - imbarazzo e riservatezza mi avevano frenato dal chiederglielo - ma volevo provare a capirlo.
Formai nella mia testa qualche ipotesi, ma non mi fu possibile, ovviamente, intuire in quale testo lui si fosse ritrovato.
Però quella sera, leggendomi, notai che, per qualche ragione, le storie che avevo scritto non mi provocano imbarazzo né fastidio. Ero in grado, per una volta, di sospendere la ghigliottina del giudizio e fidarmi. Lessi tutti i racconti e mi capitò una cosa che non mi era capitata mai: mi rividi qualche anno più giovane, chiuso nella stanza spoglia in cui vivevo, a scrivere le prime frasi a mano, per trovare un contatto fisico con le parole, e poi battere le prime a computer. Ritrovai quei pensieri, riassaporai quell’ingenuità. Scovai un ponte emotivo che mi collegava a chi, mesi o anni prima, aveva avuto bisogno di schiacciare proprio quei tasti, proprio in quell’ordine.
Forse fu possibile perché su quel ponte non ero più solo: ci aveva camminato anche quello che ancora non era il mio amico. Attraversandolo sperimentai il regalo migliore che ci si possa fare: avvicinarsi un po’ a se stessi senza darsi fastidio.
Sia chiaro, non fu la sera che mi cambiò la vita, né tantomeno quella in cui raggiunsi il nirvana letterario. Il giorno dopo, con tutta probabilità, mi svegliai come ogni altra mattina: facendo a schiaffi col sole e con il solito gomitolo sotto lo sterno. Non fu nemmeno la sera che mi restituì definitivamente un buon rapporto con i miei vecchi racconti, dato che leggerli continua a provocarmi un senso di estraneità che ho ormai imparato a considerare normale.
Ciò che quella sera mi restituì fu altro. Attraverso il sapore raro di un contatto con me stesso, si formò in me un senso di gratitudine verso quel ragazzo con gli zigomi scavati che, da quel giorno, senza che lui lo sapesse, iniziò ad essermi amico.
Allora dico questo: che gli amici non si possono cercare. Sono loro a trovarci.
Siamo come i pianoforti, pieni di corde ancorate in posti che non vediamo, tasti di colori opposti e polvere annidata tra le fessure che li dividono.
A ogni tasto corrisponde un piccolo martello che, una volta attivato, colpisce una stringa d’acciaio che nell’agitarsi genera un’onda sonora che rimane in aria, a galleggiare per un lasso di tempo direttamente proporzionale all’intensità del tocco.
Un amico è soltanto qualcuno che ha saputo generare l’attrito che serviva, schiacciando il tasto giusto della tastiera, per poi fermarsi lì, a soffiare via un po' di polvere insieme a te, mentre ciò che sei si prende l’aria.
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