Una sera
- Daniele Benussi
- 19 ott 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 11 gen 2024

Il caffè di un bar di Bologna mi rosicchia la gola coi suoi modi decisi. Un concentrato di forza e sapore che non si vede poi tanto spesso. Venticinque millimetri di intensità, di tutta l'intensità che serve. Minimale eppure esaustivo, proprio come ogni cosa dovrebbe essere se solo si spogliasse di ciò che sembra ma non è utile. La gente scorre via su un tapis-roulant di mattonelle incastrate a terra. Ma dove va? Io non riesco a capire dov'è che va tutta questa gente.
C'è bisogno di starsene di più da soli.
Da soli si sentono le voci fragili di chi non c'è, di chi parla piano, di chi non ha più la forza di parlare. Può addirittura succedere di vedere passare una bici arrugginita dalla vecchiaia e sentire gli sbuffi di fatica dei quadricipiti del tizio che ci pedala sopra.
Da soli si diventa gli altri, tutti gli altri: piccioni che studiano le piazze, piazze studiate dai piccioni, le cravatte di chi va in ufficio, gli zaini dei bimbi, l'acqua delle pozzanghere, i vetri di un tram, le facce che ci stanno dietro. Il rimbombo dei passi dentro le chiese, che ormai va di moda non entrarci più e allora io ci entro per capire che cosa ci è rimasto. E cosa ci è rimasto? Il silenzio.
L'altra sera in discoteca ero con due amici. Non esco spesso, ma quando lo faccio mi piace consegnare per qualche ora le mie inibizioni all'alcol per vedere le cose da un punto di vista diverso. Mi è sempre piaciuto cambiare prospettiva. Non so se questo sia triste o no, però so che mi diverte farlo. Le discoteche sono troppo prese di mira. Ci sono invece almeno un paio di motivi per cui io le salvo: lì dentro si riscopre di avere una sessualità, anzi, una sensualità. E poi, visto che non si sente un cazzo, gli occhi imparano a lavorare.
Insomma ero lì con questi amici, a fare un po' gli splendidi, poi a notte fonda mi è venuta a cercare la malinconia. Pensavo di essermi nascosto con cura, e invece no, mi ha trovato. Mi ha trovato lì che ballavo come un idiota in mezzo alla pista accalcata di culi giovani e vibranti. Mi ha trovato solo e ubriaco mentre facevo finta di sapere le parole di una canzone che tutti intorno a me sapevano fin troppo bene.
Cinque minuti più tardi ero nel cesso del locale circondato da vomito altrui, a pensare a mio padre e al suo eterno tormento che si porta nel cuore, agli occhi tristi di mia madre durante le cene di quando la nostra famiglia esisteva ancora. Che strazio.
Due bagni più in là Gibbo si sbatteva una tizia conosciuta sui divanetti dieci minuti prima, quando ancora ero allegro e mi impegnavo a presentare nuove possibili conquiste ai miei amici. La sbatteva forte e io lì fuori ciondolante che li sentivo godere e un paio di lacrime che mi si staccavano dalla barba per andare a impoltigliarsi giù a terra assieme ai succhi gastrici, al piscio e a tutto il male di vivere che si accumula denso nel petto e poi emigra sui pavimenti delle discoteche i venerdì sera.
Accompagnato dallo sbatacchiare della porta dietro cui Gibbo e la sua nuova amica ansimavano sono uscito dai cessi e ho posato il mio culo su un muretto lì accanto. Mi sono guardato intorno. La gente ballava, la gente beveva, la gente sembrava essersi dimenticata che di lì a poco il sole sarebbe tornato a inondare di luce molesta le loro vite così inutilmente uguali le une alle altre.
Una scossa di tenerezza mi ha invaso il cuore.
Poi Gibbo è riapparso, sudato fradicio e con la cintura slacciata. Mi ha guardato come chi si sente dio, poi mi ha fatto così con la mano. Qualche secondo più tardi è uscita anche lei, il trucco che le calava da un lato, i capelli appena rimessi in ordine e la gonnellina mezza alzata; mi ha sorriso senza dolcezza nè imbarazzo ed è tornata ad essere una sconosciuta.
Con Gibbo abbiamo cercato Geco in giro per il locale. Poteva essere finito ovunque, e invece era ancora dove l'avevamo lasciato: al bancone del bar a muovere la testa come i piccioni, a ritmo.
Ci siamo fatti l'ultimo giro di gin tonic senza dire proprio un cazzo di niente. Ogni tanto Gibbo si pinzava i pantaloni per staccarsi l'uccello ancora appiccicoso dalle mutande. Geco piccionava con la testa, ormai fuori ritmo.
Io, senza sentirmi pesante, pensavo a mio padre.
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